Domanda interessante, cercherò di essere sintetico. Intanto complimenti ad Andrea per l’esposizione, che ho letto con interesse. Credo si sia detto molto sulla soggettività della comunicazione visiva e sull’inganno della natura fotografica, che ha il potere di farla percepire come oggettiva. Desidero commentare l’aspetto opposto, che dimostra la duttilità e l’adattabilità della comunicazione visiva nella possibilità di raccontare una verità oggettiva attraverso l’inganno, più o meno palese poco importa, portando come esempio due fotografi estremamente lontani in termini di periodo e metodo. Il primo appartiene alla storia del Reportage ed agli albori della fotografia, quando ancora le macchine fotografiche erano grandi e voluminose e la tecnologia non permetteva tempi di esposizione rapidi. In una foto scattata nel 1861 da Alexander Gardner, appartenente al primo gruppo di foto reporter ufficiali, facenti capo a Mathew Brady, durante la guerra di secessione americana, Gardner fu accusato di aver spostato i cadaveri e messo in scena gli elementi a favore della composizione, questa caratteristica che ripercorre la storia della fotografia fino ai giorni nostri, quale scopo può aver avuto? Perché Gardner fece questa azione? Risulta chiaro che egli non potè usare la sua macchina fotografica per poter riprendere la crudeltà di quel conflitto a causa dei limiti tecnici, ma egli sapeva ed aveva vissuto quei drammatici eventi e per poter efficacemente comunicare al mondo l’orrore della guerra usò l’inganno e una fotografia bugiarda per mostrare una verità oggettiva. Passando all’estremo opposto della storia, prendo come riferimento un famoso fotografo contemporaneo, Gregory Crewdson, per realizzare le sue fotografie egli utilizza un set cinematografico, con tanto di attori, comparse, luci ed effetti speciali; egli conosce la realtà della società americana e i drammi psicologici che si celano tra le mura domestiche delle famiglie medio-borghesi, una realtà oggettiva impossibile da fotografare a causa dell’omertà sociale che la caratterizza e che emerge alla cronaca nei suoi drammatici epiloghi. Un altro caso in cui l’uso dell’inganno, qui palese, serve per raccontare il vero. Questo mio pensiero porta alla conclusione che in qualsiasi modo vadano le cose è il fotografo responsabile della comunicazione, per questa ragione ha il dovere sociale di essere documentato, carico di esperienze e deontologicamente corretto in modo da raccontare con i mezzi che ha a disposizione, mezzi potenti come la comunicazione visiva, con la consapevolezza che il suo prodotto sarà percepito come vero, perché nell'immaginario collettivo una foto indica il vero, il reale, anche se non lo è.
